giovedì 27 novembre 2014

VOTO E NON VOTO IN CALABRIA. GATTOPARDI,VINCITORI E VINTI. VERO LABORATORIO POLITICO PER IL PAESE


Nel 2005 Agazio Loiero (partito democratico con una coalizione di centrosinistra sul modello dell'ulivo) vinceva le elezioni regionali in Calabria con il 59% ed un distacco di venti punti percentuali sullo sfidante di Forza Italia, Sergio Abramo, poi divenuto sindaco di Catanzaro. Succedendo così al terribile governatore di forzista Giuseppe Chiaravalloti, travolto da numerose inchieste giudiziarie per mafia e malaffare. Nel 2010 Giuseppe Scopelliti (popolo delle libertà centrodestra) vinceva largamente le elezioni regionali con il 57,7% dei voti contro il 32% ottenuto dall'uscente governatore Loiero. Dopo il (caso Fallara), la condanna per fatti di malaffare e mafia dello stesso Scopelliti e le sue conseguenti dimissioni, il 23 novembre del 2014 Mario Gerardo Oliverio (PD, dalemiano) come previsto da ogni pronostico, diventa il nuovo presidente della regione Calabria con oltre il 60% dei voti, mentre la sfidante Wanda Ferro (Forza Italia) si attestata soltanto al 23%, a quasi quaranta punti di distacco dal vincitore.

Questi dati ad uno sguardo superficiale potrebbero far pensare che la democrazia dell'alternanza in Calabria sia perfettamente rispettata. Una volta a destra ed una a sinistra con un elettorato incline al combiamento. Ma nella realtà dimostrano la vera natura del potere politico non solo calabrese. Celano il conformismo ed il trasformismo, quella predisposizione naturale al salto sul carro del vincitore non appena se ne annusa il profumo. Uno sport nazionale che in Calabria trova la sua culla naturale. Ad ogni elezione si ripropone lo stesso desolante scenario, probabilmente in precedenza deciso a tavolino in qualche stanzetta segreta. Infatti, nelle liste di Oliverio è un fiorire di pentiti scopellitiani illuminati sulla via di damasco. Dei veri e propri grumi di potere che si riciclano ad ogni cambio di vento. Come Elio Belcastro (ex sottosegretario dei governi Berlusconi), Pasquale Tripodi (già Udeur), Rocco Sciarrone (ex consigliere provinciale di Forza Italia e organizzatore dei pullman di sostenitori da schierare sotto Palazzo Grazioli in difesa del Caimano) e Flora Sculco (figlia d’arte di Enzo, ex consigliere regionale della Margherita che, dopo aver lasciato la poltrona perché condannato a 4 anni per concussione, fondò, i “Demokratici” e sostenne Scopelliti). Qualcuno è stato eletto ed altri no, ma questo ha un'importanza del tutto relativa. Il codice etico è rimasto chiuso nel cassetto, ma siamo in calabrifornia ed Oliverio, vecchia volpe della politica dal 1980 consigliere regionale, sindaco, poi assessore, deputato e presidente di provincia, insieme ai suoi “compagni” di merenda dalemiana Nicola Adamo e la moglie Enza Bruno Bossio, sanno bene che è meglio non rischiare la pelle, per vane questioni di principio. Ad esempio il renziano Antonio Scalzo (campione di preferenze nella circoscrizione centro con ben 12.712 voti) è uno dei pochi consiglieri regionali uscenti ad essere stato ricandidato ed alcuni giorni dopo rinviato a giudizio per presunti illeciti nella gestione della Agenzia regionale di protezione ambientale (Arpacal), ma non è il solo. Comunque, a scanzo d'equivoci, tutti quelli che ancora non sono ancora renziani, si stanno preparerando a diventarlo, anzi già lo stanno facendo. A Reggio c’è poi un bel fascicolo sui rimborsi percepiti da oltre una trentina di consiglieri indagati per peculato e candidati non soltanto nelle fila del Pd. Intanto un altro importante potentato nella regione che fa capo ai fratelli Gentile, dell'affaire cinghiale, si è riunito nelle fila dell'ncd, superando lo sbarramento e sperando in una forma “d'accurduni” post elettorale. Per quei pochi sopravvissuti rimasti a destra nella fila di Forza Italia è invece il tempo della sopravvivenza, aspettando che il vento cambi di nuovo.

Più che di flussi elettorali bisognerebbe parlare del riposizionamento dei potentati locali, di clientele sparse nella regione. In tal senso il trasformismo ed il gattopardismo (del tutto cambi purché resti sempre tutto uguale) , costituiscono l'unica logica politica non solo in Calabria ma in tutto il paese. Quanti nel pd sono coloro i quali prima erano schierati fermamente contro l'ascesa di Renzi e dopo la sua totale vittoria dentro il partito, si sono subito allineati al nuovo padrone? Quanti giornalisti, artisti, intellettuali, comodini da talk show e vari lacchè da salotto hanno fatto esattamente la stessa cosa?. Il trasformismo è dai tempi di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che rappresenta la patologia principale della politica italiana. Addirittura oggi nell'epoca post ideologica del renzismo e del suo partito della nazione, è considerato come una vera e propria qualità, molto apprezzata dall'establishment mediatico e politico. L'oligarchia calabra in tal senso è davvero un laboratorio avanzato, un modello al quale Renzi s'ispira nel suo progetto d'americanizzazione della politica, in cui il potere viene monetizzato svuotando la democrazia formale di ogni senso. La direzione è esattamente quella che si sta tracciando attraverso le riforme elettorali e quelle costituzionali ed istituzionali del patto del Nazareno. Patti, accordi ed “accurduni” con chicchessia che in Calabria, dove il consociativismo è di casa, si fanno da quando il giovane Renzi era ancora solo un boy scout.
Proprio per questo motivo il voto calabrese è di gran lunga più importante di quello emiliano romagnolo, in quanto fornisce una cartina di torna sole formidabile per comprendere in quale burrone sta andando a finire l'intero quadro politico nazionale.

Anche quaggiù ha vinto l'astensione. Personalmente sono contento perchè faccio parte della maggioranza politica del 56% degli aventi diritto che ha disertato le urne calabresi. Però, l'importante dato non va analizzato in modo troppo trionfalistico, perchè se da un lato bisogna rallegrarsi per un'ulteriore delegittimazione della classe politica regionale ed anche nazionale, dall'altro è necessario riconoscere che nelle strade calabresi non c'è per nulla l'insurrezione, tutt'altro. Non ci sono consigli, agorà ed assemblee popolari disseminati in ogni comune, non vi è una richiesta di partecipazione dal basso. I sentimenti che dominano sono invece l'indifferenza e la rassegnazione. Eppure negli ultimi giorni, forse, qualcosa d'importante è accaduta.  Negli scontri di Cosenza per la contestazione a Renzi ed Oliverio, come dimostrano i dati sull'affluenza, i manifestanti che sono scesi in piazza erano di gran lunga più rappresentativi e maggioritari rispetto al PD rintanato in una scuola per battere le mani ai propri capi. La matematica  non è un'opinione. La gran parte  dei calabresi si è riconosciuta, consapevolmente o inconsapevolmente,  in chi si scontrava con la polizia fuori dell'auditorium dove le truppe cammellate di signorotti, lacchè e mafiosetti del partito democratico sedevano su comode e calde poltrone senza fare troppo caso a quanto stava invece succedendo per le strade. La polemica sui numeri della contestazione lascia il tempo che trova in un triste seggio elettorale. Quell' “erano solo in cento a sfidare pd e polizia, e dov'era il resto della città...” non significa davvero nulla se si considera chi erano piuttosto le centinaia d'invitati alla chiusura della campagna elettorale di Oliverio. Allora anche al partito democratico si potrebbe chiedere conto di questo famoso “resto della città, o meglio, dell'intera regione”. Dunque, da un lato la repressione violenta della rabbia sociale contro l'impoverimento, la disoccupazione, il dramma dell'emigrazione forzata, la cancellazioni dei diritti, l'emergenza abitativa, la devastazione ambientale ed il saccheggio del territorio. Dall'altro i circoli del potere, dei nuovi e vecchi comitati d'affari pronti per proseguire la rapina di soldi pubblici e ad esercitare il proprio dominio. Chi è più rappresentativo fra chi con i propri corpi porta in piazza tutto il malessere di una società depressa, povera e soggiogata dalle elites di potere, e chi invece smania e sgomita per poter avere un posto al banchetto delle nuove corti dei miracoli? Il responso delle urne, così tanto caro ai “fasciodemocratici”, in questa tornata elettorale ha espresso il suo inappellabile verdetto, decretando nell'astensione la vittoria della contestazione fatta dalla piazza cosentina. Non sto affatto sostenendo che la protesta abbia causato le diserzione di massa dal voto. Non sono così stupido. Ma è indubbio che in quel malessere sociale, espresso plasticamente negli scontri,  ci sia un filo evidentissimo che lega la contestazione ai dati dell'astensione. E' un legame simbolico e cronologico, ma anche tutto politico che evidenzia l'irrappresentabilità di tanti gruppi sociali, ma soprattutto dei giovani rimasti in questa terra esclusi da ogni processo inclusivo, economico e democratico. Insomma, nel non voto hanno vinto i collettivi, i centri sociali, i comitati, i movimenti per il diritto all'abitare ed i migranti. Ha vinto quel centinaio di studenti, disoccupati e precari che è sceso in piazza prendendosi manganellate e lacrimogeni per rovinare la passerella di Renzi e del pd calabrese. Tutte le litanie sul rispetto della legge risultano davvero ridicole, in una regione dominata dalla 'ndrangheta e dal malaffare dove i primi boss sono i baroni feudali dalla politica, mentre i giornalisti sono continuamente minacciati ed intimiditi dai potentati di turno. Sembra quasi che l'imperativo della legalità consista solo in una clava, in un manganello da dare in testa a chi protesta, ai poveri, a chi occupa una casa lasciata vuota dallo stato per fare speculare i soliti palazzinari amici degli amici. Mentre invece è poco più che un fastidio per chi candida nelle liste mafiosi, corrotti, e ladri in giacca e cravatta di denaro pubblico a tutta la collettività.

 A tal proposito non bisogna dimenticare che in queste due regioni (Calabria ed Emilia Romagna) si è votato soltanto perchè i due governatori uscenti hanno dovuto dimettersi anzitempo a causa degli avvisi di garanzia legati ad inchieste di corruzione, rapina e mafia. L'alto tasso d'astensione è anche dovuto a questo, oltre che ai continui scandali per le ruberie dei consiglieri regionali ad ogni latitudine della penisola. Pure lo stesso Renzi nella sua narrazione non ha mai mancato di dipingere le regioni come una fonte di sprechi ed inefficienze. Sono, infatti, diventate una sorta di capro espiatorio sul quale far ricadere le colpe e le responsabilità di un sistema marcio e criminale soprattutto in alto. La percezione dell'opinione pubblica rispetto all'istituzione regionale è mutata radicalmente in pochi anni. Dalla richiesta d'autonomia e federalismo rispetto allo stato centralista, farraginoso, burocratico ed incapace, si è presto passati all'azzeramento dei vari livelli della democrazia rappresentativa nelle sue articolazioni territoriali. Tutto costa troppo e non ce lo possiamo permettere, un esempio su tutti è l'abolizione delle elezioni per le province che restano ma nominate dagli stessi politici. Tutto secondo i dettami dell'ideologia dell'austerità, del liberalismo-liberismo che vuole il voto secondo il censo e non come diritto legato alla cittadinanza. Ma anche secondo quel subdolo desiderio malvagio d' efficientismo che pretende un solo capo capace di prendere decisioni immediate e risolutive. Quello che però emerge in Calabria non è solo la legittima voglia di cambiamento, di rifiuto rispetto al meccanismo della delega ed al sistema di potere vigente. Ma si tratta soprattutto dell'indifferenza, della rassegnazione e del disconoscimento di qualsiasi dimensione collettiva e politica in una società ormai arresa. Per certi aspetti è il trionfo dell'individualismo, dell'egoismo proprietario corrispondente alla perdita di credibilità della promesse clientelari, anch'esse falcidiate dalla crisi assieme al consenso che trainavano. In questo senso è emblematico il caso della trombatura dell'assessore uscente all'agricoltura Michele Trematerra, che ha perso quasi tutto il suo elettorato per avere dichiarato a mezzo stampa di desiderare una forte diminuzione del numero di forestali nella regione. La sua base clientelare evidentemente lo ha punito senza appello.

"Piazze piene urne vuote" è una frase storica pronunciata da Pietro Nenni all'indomani della sconfitta elettorale del fronte popolare nel 1948. All'epoca la grande mobilitazione operaia non riuscì a produrre la vittoria di socialisti e comunisti uniti. Erano le prime elezioni politiche del dopoguerra, uno scontro decisivo per la storia italiana, in un paese appena uscito dal periodo costituente ed in un mondo totalmente diviso in blocchi. Dopo anni di fascismo il popolo aveva un grande desiderio di democrazia, un forte bisogno d'esprimersi e di votare. Nessuno aveva intenzione d'astenersi. Votò il 92% degli aventi diritto. Il clima era incandescente, si decideva il destino del paese, nelle macerie di un Italia appena uscita dal conflitto mondiale ed attraversata da una guerra civile iniziata nel 19 e proseguita nei suoi strascichi per diversi anni successivi al 45. Ora le cose sono totalmente mutate. Stiamo attraversando un periodo storico del tutto diverso, privo di ogni analogia con quel tempo, ma di piazze piene e le urne vuote ce ne sono state, ve ne sono tuttora e ce ne saranno sempre di più nel prossimo futuro. E' bene che si sappia.

L'insorto

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