Le nutrici o le balie un tempo erano donne d'estrazione contadina che dalle campagne si spostavano nelle città per allattare i figli delle famiglie benestanti. Le funzioni biologiche di genitori venivano delegate a queste donne per permettere alle ricche signore di mantenere un aspetto ancora piacente, non sciupato dal duro periodo dello svezzamento. Ma la balia era anche un mestiere ben pagato che le contadine facevano con piacere. Sempre meglio allattare i propri figli e quelli degli altri, piuttosto che restare nella miseria e nella fatica nera del terribile lavoro della terra. Quella della balia, della nutrice, era una pratica per certi versi anche più avanzata dell'utero in affitto . Fare allattare fin dai primi giorni di vita, per anni, il proprio figlio al seno di un'estranea significa in realtà dargli geneticamente una nutrizione diversa da quella del latte materno con cui un neonato comincia a vivere. Non è la madre naturale a nutrirlo al suo petto, ma una qualsiasi altra donna. Eppure nei secoli con questo metodo si sono allevate intere generazioni di capi, guerrieri, artisti, geni, infaticabili lavoratori, uomini e donne forti, possenti e fieri, oneste, brave e buone persone che hanno scritto la storia dell'umanità , in barba a tutta la retorica sui geni della “sacra” famiglia tradizionale..Ai neonati non interessava minimamente chi fosse la madre naturale, ma s'attaccavano alla mammella e succhiavano il latte perchè semplicemente avevano fame, punto...
Una notte fredda del 1910 in una stazione ferroviaria piemontese una giovane donna sale su un treno diretto in Francia. Si trattava di una bracciante delle langhe che tramite una parente già emigrata da tempo, era riuscita a trovare un lavoro da nutrice presso una famiglia agiata di Parigi. Aveva appena avuto una gravidanza di due gemelli maschi, di cui uno era morto di freddo subito dopo il parto. Mise alla luce quelle due creature in un fienile di nascosto e da sola. Il caporale l'ingravidò durante una vendemmia, stuprandola proprio nello stesso luogo dove partorì il frutto di quella violenza. Non aveva nessuno, i suoi genitori erano morti già da anni, gli restava solo qualche fratello disperso per il mondo ed una manciata di cugini che ancora la riconoscevano come parente. Era sola e disperata ma con le mammelle piene di latte. E spesso le facevano male in quanto esigevano d'essere munte da qualche lattante. Il figlioletto rimasto vivo faceva del suo meglio ed era sempre attaccato alla poppa della madre, ma i ricchi cercavano balie e le pagavano pure bene. Le fanno mangiare due volte al giorno e gli danno un letto ed un tetto sotto il quale dormire. Per questo lei non ci pensò su due volte quando venne a sapere, tramite la lettera di una cugina che da anni aveva oltrepassato le Alpi, dell'opportunità di poter sfuggire dall'inferno di fame e miseria a cui dal destino era stata condannata e costretta. Così, in quella notte gelida di stelle ferme immobili a ghiacciare nel cielo limpido, raccolse quelle poche cose che possedeva per recarsi alla stazione dei treni con il pargolo sempre attaccato al petto. Il primo convoglio diretto in Francia sarebbe stato il suo. Portava con se soltanto qualche spicciolo e non aveva alcuna intenzione di pagare il biglietto. Del resto i treni a quell'epoca erano dei carichi di disperati di ogni sorta. Gli italiani poveri ed analfabeti emigravano ovunque. Salivano su navi, treni merci, corriere, qualunque mezzo utile per fuggire alla ricerca di speranza. Di fronte a quel dramma umano, a quell'esodo di massa, qualsiasi controllo da parte dell'autorità preposta perdeva di significato. In fin dei conti, poi, dei poveri affamati, sporchi e consumati dagli stenti, non importava a nessuno. La giovane donna una volta salita sulla carrozza, infatti, si ritrovò in mezzo alla giungla di corpi assiepati quasi uno sull'altro, fra i colpi di tosse, i pianti, i lamenti e l'odore fetido che poteva emanare una tale calca di miserabili. Cercò subito un posto in cui sedersi e quasi miracolosamente ne trovo proprio uno libero dentro una cabina. Un posticino comodo su un sedile ambito da tutti, ma di fronte ad una mamma con un pargolo appeso al seno, nessuno osò proferire parola. Era molto giovane ma non bella, dava un'immagine d'estrema tenerezza del tutto irresistibile, tanto indifesa, innocente ed affranta da suscitare pena in chiunque la incontrasse. Dunque si sedette vicino al finestrino. Si fece largo fra i bagagli ed i piedi degli altri viaggiatori accomodandosi senza nemmeno salutare. Aveva l'aria preoccupata e spaventata di chi sa d' andare incontro al fato. Per lei era la prima volta che prendeva un treno, la prima volta che usciva dalla campagna, la prima volta che viaggiava. Non sapeva leggere e scrivere come non sapeva nulla del mondo, se non quell'indirizzo che si era fatta segnare su un pezzo di carta dal prete, il quale era solito leggergli la poca corrispondenza ricevuta. Teneva quell' unica traccia a disposizione, custodita gelosamente nelle calze come un tesoro inestimabile. Provò con difficoltà a memorizzarla mentre il prete ripeteva a voce, ma in ogni caso qualora l'avesse scordata, una volta arrivata a Parigi l' avrebbe fatta leggere ad un passante.
Di fronte a lei era seduto un uomo magro, visibilmente debole, pallido e debilitato. Aveva negli occhi la fame feroce di chi non tocca cibo da giorni. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per potersi sfamare almeno un po', visto che i morsi del digiuno nello stomaco cominciavano a farsi sempre più forti. Era un meridionale che chissà dove andava, anche se appariva chiaro e limpido a tutti da cosa stava scappando. Basso, con gli occhi neri e per il resto solo l'aspetto tremendo di un morto di fame. Osservava la giovane donna allattare la creatura con estrema attenzione. Vedeva quelle grosse mammelle che venivano ciucciate dal lattante con uno sguardo di brama inquietante. La donna se ne rese conto e cercò di coprirsi il petto. L'incubo dello stupro subito si stava materializzando nella mente che iniziava a produrre le immagini e le sensazioni di quel maledetto giorno, lo strazio, il dolore. L'umiliazione di venire violata per la prima volta nella sua vita da quel bruto che la lasciava in una pozza di sangue terrorizzata, dolorante e violentata. Allungò la mano nel suo fagotto in cui era riposto un coltello rubato nella cucina del fattore, poco prima di partire. Per sicurezza non poteva affrontare il viaggio totalmente disarmata. Dunque con la mano ne teneva stretto il manico, intanto che il morto di fame continuava a fissarla in maniera maniacale. Aveva due grossi seni materni e gonfi che le rialzavano il vestito all'altezza del petto come una scollatura ricercata. Non passava inosservata, ma gli occhi di quel miserabile la puntavano in modo fin troppo intenso, tanto da mettergli seriamente paura. Nel frattempo il pupo si era addormentato e lei aveva potuto riporre finalmente la mammella dentro il reggipetto. Passò qualche ora ed il neonato iniziò a piangere, così dovette ricominciare ad allattarlo con i seni che avevano ripreso a fargli male. Il morto di fame che ne distolse lo sguardo, dormiva anch'esso. Ma dopo poco rinvenne improvvisamente e ricominciò a guardarla in modo ossessivo. Erano allarmanti, minacciose, angoscianti quelle gratuite attenzioni morbose. La giovane donna, spaventata da quell'uomo sconociuto e sinistro dopo qualche minuto, non sopportò più e tirò fuori il coltello dal fagotto puntandolo con estrema rabbia alla gola del pezzente. In dialetto piemontese, l'unica lingua che sapeva parlare, gli disse “Che c'è?!?”. Dagli occhi dell'uomo, ancora fissi sulle mammelle della contadinella, iniziarono a scendere lacrime di vergogna e mentre singhiozzava disse “haiu hfame” … Quell' “ho fame” disperato, arreso ed avvilito suscitò nella giovane donna una stretta di pena profonda. Forse era la stessa provocata negli altri dalla sua figura di ragazza madre sfortunata, che ora gli si riversava tutta nel suo cuore . Quel morto di fame non fissava i suoi seni per libidine sessuale, ma soltanto perchè ne desiderava il latte. Quasi incredula, adesso comprendeva benissimo le ragioni di quegli sguardi. Per sua fortuna, era riuscita ad affrontare il viaggio a stomaco pieno. Prima di andarsene era andata nella cucina del fattore, aveva rubato il coltello e si era abbuffata come mai aveva potuto fare nella propria misera vita. Il ricordo di quella mangiata era ancora ben presente e lieto nella sua memoria. Sapeva che cos'era la fame, l'aveva provata tante e troppe volte, ma al cospetto di quel pezzente non capiva come poteva aiutarlo. Lui, intanto, continuava ancora a guardare morbosamente i suoi seni grandi e materni, fino a quando non lanciò un'occhiata talmente intensa e carica di dolore, diretta negli occhi della contadinella, da non poter essere equivocata. Lei allora venne presa totalmente da quell'istinto naturale di riconoscimento reciproco fra dannati e sventurati, mossa da una compassione di solidarietà fraterna che l'emozionava fino a commuoverla, si slacciò la veste e tirò fuori il grande seno rimasto coperto, mentre con l'altro continuava ad allattare il suo bambino.. Il disperato con delicatezza, ma allo stesso tempo con fame, si catapultò con la bocca sul grosso capezzolo per succhiarne il latte, cercando di fare piano per quanto possibile. Poi, dopo nemmeno un minuto, si rialzò e diede una carezza densa d'amore alla giovane donna. Gli disse “grazie” con quella sincerità rara che può provenire soltanto dal profondo dell'anima. La ragazza gli sorrise, piangendo piano e dolcemente per l'emozione, non era più impaurita.
La scena erotica non provocò particolari reazioni negli altri passeggere. Tanta era la disperazione e la miseria da rendere tutto più o meno normale. Mentre della giovane balia e del morto di fame non si seppe più nulla, dispersi nella storia, per le infinite vie del mondo e della letteratura....
Insorto..
