giovedì 27 novembre 2014

VOTO E NON VOTO IN CALABRIA. GATTOPARDI,VINCITORI E VINTI. VERO LABORATORIO POLITICO PER IL PAESE


Nel 2005 Agazio Loiero (partito democratico con una coalizione di centrosinistra sul modello dell'ulivo) vinceva le elezioni regionali in Calabria con il 59% ed un distacco di venti punti percentuali sullo sfidante di Forza Italia, Sergio Abramo, poi divenuto sindaco di Catanzaro. Succedendo così al terribile governatore di forzista Giuseppe Chiaravalloti, travolto da numerose inchieste giudiziarie per mafia e malaffare. Nel 2010 Giuseppe Scopelliti (popolo delle libertà centrodestra) vinceva largamente le elezioni regionali con il 57,7% dei voti contro il 32% ottenuto dall'uscente governatore Loiero. Dopo il (caso Fallara), la condanna per fatti di malaffare e mafia dello stesso Scopelliti e le sue conseguenti dimissioni, il 23 novembre del 2014 Mario Gerardo Oliverio (PD, dalemiano) come previsto da ogni pronostico, diventa il nuovo presidente della regione Calabria con oltre il 60% dei voti, mentre la sfidante Wanda Ferro (Forza Italia) si attestata soltanto al 23%, a quasi quaranta punti di distacco dal vincitore.

Questi dati ad uno sguardo superficiale potrebbero far pensare che la democrazia dell'alternanza in Calabria sia perfettamente rispettata. Una volta a destra ed una a sinistra con un elettorato incline al combiamento. Ma nella realtà dimostrano la vera natura del potere politico non solo calabrese. Celano il conformismo ed il trasformismo, quella predisposizione naturale al salto sul carro del vincitore non appena se ne annusa il profumo. Uno sport nazionale che in Calabria trova la sua culla naturale. Ad ogni elezione si ripropone lo stesso desolante scenario, probabilmente in precedenza deciso a tavolino in qualche stanzetta segreta. Infatti, nelle liste di Oliverio è un fiorire di pentiti scopellitiani illuminati sulla via di damasco. Dei veri e propri grumi di potere che si riciclano ad ogni cambio di vento. Come Elio Belcastro (ex sottosegretario dei governi Berlusconi), Pasquale Tripodi (già Udeur), Rocco Sciarrone (ex consigliere provinciale di Forza Italia e organizzatore dei pullman di sostenitori da schierare sotto Palazzo Grazioli in difesa del Caimano) e Flora Sculco (figlia d’arte di Enzo, ex consigliere regionale della Margherita che, dopo aver lasciato la poltrona perché condannato a 4 anni per concussione, fondò, i “Demokratici” e sostenne Scopelliti). Qualcuno è stato eletto ed altri no, ma questo ha un'importanza del tutto relativa. Il codice etico è rimasto chiuso nel cassetto, ma siamo in calabrifornia ed Oliverio, vecchia volpe della politica dal 1980 consigliere regionale, sindaco, poi assessore, deputato e presidente di provincia, insieme ai suoi “compagni” di merenda dalemiana Nicola Adamo e la moglie Enza Bruno Bossio, sanno bene che è meglio non rischiare la pelle, per vane questioni di principio. Ad esempio il renziano Antonio Scalzo (campione di preferenze nella circoscrizione centro con ben 12.712 voti) è uno dei pochi consiglieri regionali uscenti ad essere stato ricandidato ed alcuni giorni dopo rinviato a giudizio per presunti illeciti nella gestione della Agenzia regionale di protezione ambientale (Arpacal), ma non è il solo. Comunque, a scanzo d'equivoci, tutti quelli che ancora non sono ancora renziani, si stanno preparerando a diventarlo, anzi già lo stanno facendo. A Reggio c’è poi un bel fascicolo sui rimborsi percepiti da oltre una trentina di consiglieri indagati per peculato e candidati non soltanto nelle fila del Pd. Intanto un altro importante potentato nella regione che fa capo ai fratelli Gentile, dell'affaire cinghiale, si è riunito nelle fila dell'ncd, superando lo sbarramento e sperando in una forma “d'accurduni” post elettorale. Per quei pochi sopravvissuti rimasti a destra nella fila di Forza Italia è invece il tempo della sopravvivenza, aspettando che il vento cambi di nuovo.

Più che di flussi elettorali bisognerebbe parlare del riposizionamento dei potentati locali, di clientele sparse nella regione. In tal senso il trasformismo ed il gattopardismo (del tutto cambi purché resti sempre tutto uguale) , costituiscono l'unica logica politica non solo in Calabria ma in tutto il paese. Quanti nel pd sono coloro i quali prima erano schierati fermamente contro l'ascesa di Renzi e dopo la sua totale vittoria dentro il partito, si sono subito allineati al nuovo padrone? Quanti giornalisti, artisti, intellettuali, comodini da talk show e vari lacchè da salotto hanno fatto esattamente la stessa cosa?. Il trasformismo è dai tempi di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che rappresenta la patologia principale della politica italiana. Addirittura oggi nell'epoca post ideologica del renzismo e del suo partito della nazione, è considerato come una vera e propria qualità, molto apprezzata dall'establishment mediatico e politico. L'oligarchia calabra in tal senso è davvero un laboratorio avanzato, un modello al quale Renzi s'ispira nel suo progetto d'americanizzazione della politica, in cui il potere viene monetizzato svuotando la democrazia formale di ogni senso. La direzione è esattamente quella che si sta tracciando attraverso le riforme elettorali e quelle costituzionali ed istituzionali del patto del Nazareno. Patti, accordi ed “accurduni” con chicchessia che in Calabria, dove il consociativismo è di casa, si fanno da quando il giovane Renzi era ancora solo un boy scout.
Proprio per questo motivo il voto calabrese è di gran lunga più importante di quello emiliano romagnolo, in quanto fornisce una cartina di torna sole formidabile per comprendere in quale burrone sta andando a finire l'intero quadro politico nazionale.

Anche quaggiù ha vinto l'astensione. Personalmente sono contento perchè faccio parte della maggioranza politica del 56% degli aventi diritto che ha disertato le urne calabresi. Però, l'importante dato non va analizzato in modo troppo trionfalistico, perchè se da un lato bisogna rallegrarsi per un'ulteriore delegittimazione della classe politica regionale ed anche nazionale, dall'altro è necessario riconoscere che nelle strade calabresi non c'è per nulla l'insurrezione, tutt'altro. Non ci sono consigli, agorà ed assemblee popolari disseminati in ogni comune, non vi è una richiesta di partecipazione dal basso. I sentimenti che dominano sono invece l'indifferenza e la rassegnazione. Eppure negli ultimi giorni, forse, qualcosa d'importante è accaduta.  Negli scontri di Cosenza per la contestazione a Renzi ed Oliverio, come dimostrano i dati sull'affluenza, i manifestanti che sono scesi in piazza erano di gran lunga più rappresentativi e maggioritari rispetto al PD rintanato in una scuola per battere le mani ai propri capi. La matematica  non è un'opinione. La gran parte  dei calabresi si è riconosciuta, consapevolmente o inconsapevolmente,  in chi si scontrava con la polizia fuori dell'auditorium dove le truppe cammellate di signorotti, lacchè e mafiosetti del partito democratico sedevano su comode e calde poltrone senza fare troppo caso a quanto stava invece succedendo per le strade. La polemica sui numeri della contestazione lascia il tempo che trova in un triste seggio elettorale. Quell' “erano solo in cento a sfidare pd e polizia, e dov'era il resto della città...” non significa davvero nulla se si considera chi erano piuttosto le centinaia d'invitati alla chiusura della campagna elettorale di Oliverio. Allora anche al partito democratico si potrebbe chiedere conto di questo famoso “resto della città, o meglio, dell'intera regione”. Dunque, da un lato la repressione violenta della rabbia sociale contro l'impoverimento, la disoccupazione, il dramma dell'emigrazione forzata, la cancellazioni dei diritti, l'emergenza abitativa, la devastazione ambientale ed il saccheggio del territorio. Dall'altro i circoli del potere, dei nuovi e vecchi comitati d'affari pronti per proseguire la rapina di soldi pubblici e ad esercitare il proprio dominio. Chi è più rappresentativo fra chi con i propri corpi porta in piazza tutto il malessere di una società depressa, povera e soggiogata dalle elites di potere, e chi invece smania e sgomita per poter avere un posto al banchetto delle nuove corti dei miracoli? Il responso delle urne, così tanto caro ai “fasciodemocratici”, in questa tornata elettorale ha espresso il suo inappellabile verdetto, decretando nell'astensione la vittoria della contestazione fatta dalla piazza cosentina. Non sto affatto sostenendo che la protesta abbia causato le diserzione di massa dal voto. Non sono così stupido. Ma è indubbio che in quel malessere sociale, espresso plasticamente negli scontri,  ci sia un filo evidentissimo che lega la contestazione ai dati dell'astensione. E' un legame simbolico e cronologico, ma anche tutto politico che evidenzia l'irrappresentabilità di tanti gruppi sociali, ma soprattutto dei giovani rimasti in questa terra esclusi da ogni processo inclusivo, economico e democratico. Insomma, nel non voto hanno vinto i collettivi, i centri sociali, i comitati, i movimenti per il diritto all'abitare ed i migranti. Ha vinto quel centinaio di studenti, disoccupati e precari che è sceso in piazza prendendosi manganellate e lacrimogeni per rovinare la passerella di Renzi e del pd calabrese. Tutte le litanie sul rispetto della legge risultano davvero ridicole, in una regione dominata dalla 'ndrangheta e dal malaffare dove i primi boss sono i baroni feudali dalla politica, mentre i giornalisti sono continuamente minacciati ed intimiditi dai potentati di turno. Sembra quasi che l'imperativo della legalità consista solo in una clava, in un manganello da dare in testa a chi protesta, ai poveri, a chi occupa una casa lasciata vuota dallo stato per fare speculare i soliti palazzinari amici degli amici. Mentre invece è poco più che un fastidio per chi candida nelle liste mafiosi, corrotti, e ladri in giacca e cravatta di denaro pubblico a tutta la collettività.

 A tal proposito non bisogna dimenticare che in queste due regioni (Calabria ed Emilia Romagna) si è votato soltanto perchè i due governatori uscenti hanno dovuto dimettersi anzitempo a causa degli avvisi di garanzia legati ad inchieste di corruzione, rapina e mafia. L'alto tasso d'astensione è anche dovuto a questo, oltre che ai continui scandali per le ruberie dei consiglieri regionali ad ogni latitudine della penisola. Pure lo stesso Renzi nella sua narrazione non ha mai mancato di dipingere le regioni come una fonte di sprechi ed inefficienze. Sono, infatti, diventate una sorta di capro espiatorio sul quale far ricadere le colpe e le responsabilità di un sistema marcio e criminale soprattutto in alto. La percezione dell'opinione pubblica rispetto all'istituzione regionale è mutata radicalmente in pochi anni. Dalla richiesta d'autonomia e federalismo rispetto allo stato centralista, farraginoso, burocratico ed incapace, si è presto passati all'azzeramento dei vari livelli della democrazia rappresentativa nelle sue articolazioni territoriali. Tutto costa troppo e non ce lo possiamo permettere, un esempio su tutti è l'abolizione delle elezioni per le province che restano ma nominate dagli stessi politici. Tutto secondo i dettami dell'ideologia dell'austerità, del liberalismo-liberismo che vuole il voto secondo il censo e non come diritto legato alla cittadinanza. Ma anche secondo quel subdolo desiderio malvagio d' efficientismo che pretende un solo capo capace di prendere decisioni immediate e risolutive. Quello che però emerge in Calabria non è solo la legittima voglia di cambiamento, di rifiuto rispetto al meccanismo della delega ed al sistema di potere vigente. Ma si tratta soprattutto dell'indifferenza, della rassegnazione e del disconoscimento di qualsiasi dimensione collettiva e politica in una società ormai arresa. Per certi aspetti è il trionfo dell'individualismo, dell'egoismo proprietario corrispondente alla perdita di credibilità della promesse clientelari, anch'esse falcidiate dalla crisi assieme al consenso che trainavano. In questo senso è emblematico il caso della trombatura dell'assessore uscente all'agricoltura Michele Trematerra, che ha perso quasi tutto il suo elettorato per avere dichiarato a mezzo stampa di desiderare una forte diminuzione del numero di forestali nella regione. La sua base clientelare evidentemente lo ha punito senza appello.

"Piazze piene urne vuote" è una frase storica pronunciata da Pietro Nenni all'indomani della sconfitta elettorale del fronte popolare nel 1948. All'epoca la grande mobilitazione operaia non riuscì a produrre la vittoria di socialisti e comunisti uniti. Erano le prime elezioni politiche del dopoguerra, uno scontro decisivo per la storia italiana, in un paese appena uscito dal periodo costituente ed in un mondo totalmente diviso in blocchi. Dopo anni di fascismo il popolo aveva un grande desiderio di democrazia, un forte bisogno d'esprimersi e di votare. Nessuno aveva intenzione d'astenersi. Votò il 92% degli aventi diritto. Il clima era incandescente, si decideva il destino del paese, nelle macerie di un Italia appena uscita dal conflitto mondiale ed attraversata da una guerra civile iniziata nel 19 e proseguita nei suoi strascichi per diversi anni successivi al 45. Ora le cose sono totalmente mutate. Stiamo attraversando un periodo storico del tutto diverso, privo di ogni analogia con quel tempo, ma di piazze piene e le urne vuote ce ne sono state, ve ne sono tuttora e ce ne saranno sempre di più nel prossimo futuro. E' bene che si sappia.

L'insorto

sabato 22 novembre 2014

"Se non hanno più pane che mangino brioche" Il PD calabrese e gli scontri a cosenza per la contestazione a Matteo Renzi

Premetto che per motivi di lavoro e precarietà non ho potuto essere presente alla contestazione della  visita del premier a cosenza, in occasione della chiusura della campagna elettorale del candidato pd alla presidenza della regione. Mi sarebbe piaciuto molto esserci, ma le mie possono essere solo considerazioni filtrate dalla rete, da osservatore esterno dei fatti per una riflessione sull'atteggiamento tenuto dal partito democratico, alla vigilia delle elezioni regionali di domenica.

L'arroganza e la cattiveria di Renzi sono ormai cosa nota a gran parte del paese. Si sta infatti formando l'ipotesi di un'opposizione sociale a sinistra. Fra la selva di scioperi sindacali, giovedì è stato contestato a Parma. Venerdì 20.000 persone hanno manifestato con la fiom a Napoli contro le politiche filo padronali del governo. La stessa sera a Cosenza il presidente del consiglio è stato di nuovo contestato duramente dai movimenti per il diritto all'abitare, disoccupati, migranti, centri sociali, collettivi,precari, sindacati di base e studenti. Con forti cariche, feriti e lanci di lacrimogeni da parte della polizia. Ma la spocchia e la superbia del pd calabrese, ormai sicuro vincitore delle imminenti elezioni regionali, sono davvero disarmanti. Infatti, dopo quanto successo nella città dei bruzi, con Renzi che all'ultimo momento si è dovuto rifugiare nell'auditorium di un liceo per la paura d'affrontare la piazza, ed i violenti tafferugli scoppiati fuori tra manifestanti e poliziotti in assetto antisommossa, sui profili facebook di tutti i candidati, dirigenti, sostenitori e novelle ladylike renzine è stato soltanto un fiorire di commenti entusiastici e trionfalistici. Non un consigliere regionale, un amministratore e tanto meno Oliverio, il candidato a diventare governatore, ha pronunciato una sola parola rispetto alle proteste. Sui profili del pd si leggono invece commenti  del tipo "anche questa è fatta!". Enza Bruno Bossio scrive "che carini i nostri presidenti", mentre molti altri sfruttano l'ultimo istante utile per ricordare ai propri elettori di votarli, casomai se ne fossero dimenticati, alla volte non si sa mai.... Su twitter alcune fans "del loro Matteo" cinguettano dell'assenza di veri scontri raccontando di esagerazioni giornalistiche. Tra l'altro con un profilo dal nome "ladylike", in omaggio all'ultima fantastica intervista della renziana candidata alla guida della regione veneto Moretti, in cui afferma l'importanza fondamentale per le donne in politica di essere sempre belle e curate, sul modello Madia-Boschi. Ladylike, appunto. Rivendicando la pratica della depilazione come forma essenziale per rappresentare bene i propri elettori;  quando si dice la tragedia del berlusconismo. D'altra parte la loro esperienza di piazze  situate vicino ai centri estetici  è al quanto acclarata. Il giornale online "il dispaccio" riporta addirittura che i manifestanti dopo aver cercato di forzare il blocco delle "povere" forze dell'ordine, hanno poi lanciato bottiglie, bombe carta, fumogeni ed anche lacrimogeni verso la polizia. (Qualcosa non quadra, trova l'errore). Aldilà di questi superflui dettagli di regime, resta il fatto che nessun "democratico" ha proferito una sola parola sull'accaduto, nemmeno una frase di circostanza o una battuta sgradevole dal retrogusto reazionario. No, assolutamente niente, come se non fosse successo nulla, come se non ci fossero ragioni per contestare la classe dirigente e protestare in questa regione.  Eppure quelle centinaia di persone scese in strada  rappresentavano pienamente tutto il disagio, la povertà, la rabbia di tantissimi calabresi senza casa, degli studenti costretti ad emigrare dalla loro terra, dei precari ricattati dal padrone, dei disoccupati disperati, degli immigrati e della gente che non percepisce gli stipendi da parte della stessa regione, di persone umiliate costrette ogni mese ad elemosinare ciò che invece gli spetterebbe di diritto. In piazza è andata in scena la legittima collera contro  chi sta smantellando lo stato sociale, cancellando quei pochi  diritti rimasti ai lavoratori, rimuovendo qualsiasi  spazio democratico, ignorando le politiche di reddito, sussidi, nuovo welfare  per i giovani senza lavoro condannati allo schiavismo, ai  ricatti dell'impresa ed alla precarietà come condizione naturale e strutturale della società ...I "contestatori" protestavano contro il job act, lo sblocca italia ed il piano casa Lupi, ma anche contro le continue rapine mafiose di denaro pubblico, la devastazione ambientale, l'avvelenamento ed il saccheggio del territorio, e tutte le umiliazioni di cui i calabresi sono vittime da sempre. I costi della crisi ricadono come macigni sulle teste dei più poveri, degli stessi soggetti martoriati dalla miseria e dalla guerra fra disperati fomentata dal potere, mentre i lauti profitti e gli affari restano riservati alle mafiose cerchie esclusive degli amici degli amici. E' la regione della perenne emergenza rifiuti, della disoccupazione, dei tre miliardi di euro di fondi comunitari misteriosamente spariti, delle ruberie e delle prepotenze di massoni, preti, politici e mafiosi. Non c'è dubbio che nel suo disegno oligarchico ed autoritario  Matteo Renzi veda la Calabria come un laboratorio, un modello d'ispirazione,  in cui gli spazi di libertà sono ancora più ristretti rispetto ad atri luoghi. Una terra dove il patto del Nazareno vige da una vita e regnano sovrane la rassegnazione, le clientele, il consociativismo, la 'ndrangheta, l'assuefazione al malaffare ed il servilismo feudale rispetto ai potenti di turno. Il pd calabrese, il partito della nazione-regione,  appare assolutamente adatto, attrezzato e pronto per governare questo sistema criminale diventandone il principale artefice e protagonista. Lo dimostra questa campagna elettorale di basso profilo, priva di contenuti, di confronto pubblico e democratico con i cittadini, condotta in una dimensione del tutto autoreferenziale e fondata solo sui bacini di voti clientelari, di piaceri personali e di diritti scambiati per favori particolari. Esattamente come l'ancien règime prima della rivoluzione francese. Con lo stesso atteggiamento tenuto dalla regina  Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena durante la rivolta del popolo affamato ... Fra le righe del silenzio colpevole, dell'indifferenza complice e dei commenti effimeri ed estetici di coloro i quali governeranno la Calabria, si legge la stessa identica frase di disprezzo verso le rivendicazioni sociali:  "Se non hanno più pane che mangino brioche"...Ma sul finire di un video degli scontri cosentini, la voce di un manifestante che sembra uscita dall'oltretomba nel fumo dei lacrimogeni, ribadisce la verità profonda dell'abisso  ormai incolmabile che separa la rappresentanza della solita cricca politica ed affaristica, dai bisogni del paese reale.  Un concetto tanto antico quanto potente, che per lo meno pareggia la superbia e la tracotanza dei signori al potere. Inclini, dall'alto dei loro privilegi, a  sottovalutare troppo facilmente la rabbia proveniente dal basso del popolo. Un urlo di dolore, un insulto,  che aveva il sapore della minaccia e dell'implacabile promessa di rivalsa: “nculuachivemuartuuu!!!”

l'insorto.



mercoledì 19 novembre 2014

Italia Albania...Di questi tempi, l'altra sera davanti alla tv..

Italia. 18...11..2014....

L'altra sera davanti alla tv  mi spegnevo lentamente sul divano, guardando  Ballarò in cui si faceva la ormai consueta propaganda per Matteo Salvini. Ancora sotto i riflettori Tor Sapienza, dunque retorica e razzismo a profusione. Poi ascoltando l'intervista a Mary Le Pen, che affermava di voler tornare ai tempi delle prima guerra mondiale, chiudere le frontiere e coltivare il mito della razza, mi sono arreso definitivamente ed ho cambiato canale disgustato e nauseato. E qualcuno diceva pure che si era moderata rispetto al padre. Minchia!. Così, facendo zapping, mi sono imbattuto in una vera e propria partita di merda. Un'amichevole inutile come Italia- Albania prevista dal calendario FIFA, ma che probabilmente nemmeno gli stessi calciatori avrebbero voluto disputare. Infatti le formazioni erano piene di rincalzi. Note di colore sono state le continue e divertenti invasioni di campo dei tifosi albanesi con il solo scopo d'abbracciare e baciare i propri giocatori. Italia pimpante nel primo tempo,  occasioni per Destro, Cerci e Giovinco. Conte magari poteva farli giocare anche contro la Croazia. Una traversa dell'attaccante Cikalleshi per un' Albania comunque intraprendente. Ma quasi per inerzia ritornavo su rai tre e vedevo la scena di un coatto che affacciato da una finestra minacciava di bruciare vivi tutti gli immigrati che avrebbe incontrato. Era davvero troppo ed inorridito ritornavo all'amichevole di basso profilo. Appena dopo la terza invasione di campo, al trentasettesimo minuto del secondo tempo, Okaka (Sampdoria) realizzava la rete del match con uno squallido gollonzo frutto di un fortunato rimpallo. Così, con il sottofondo della voce dei telecronisti ad accompagnarmi, vinto dalla noia, iniziavo a fare qualche ricerca in rete scoprendo che gli albanesi sono tuttora il popolo d'immigrati più numeroso presente in Italia, circa mezzo milione. Su wikipedia leggevo che l'attuale Albania è stata un'importante provincia dell'impero romano (Apollonia) già dai tempi della repubblica. Nel novecento fu anche occupata dai fascisti dal 39 al 43, fino alla liberazione dei partigiani comunisti che la resero definitivamente indipendente.
 Intanto un insidioso cross dalla trequarti  attraversava pericolosamente lo specchio della porta italiana, mentre la punta albanese veniva stesa nell'aria piccola. Probabilmente era rigore.
Ma ritornando assorto nei miei pensieri, riflettevo sul fatto che gli albanesi guardano i canali della televisione italiana. Addirittura c'è un'emittente televisiva, (Agor) di proprietà di un italiano imprendiore mafioso della monnezza,  che trasmette la versione albanese di tutti i programmi di punta della nostra tv, con attori e volti famosi italiani.  In molti albanesi parlano la nostra lingua fin da piccoli e per un retaggio del comunismo sono quasi tutti atei. Mi veniva in mente che ero solo un bambino di sei anni quando a Bari approdavano le navi cariche di profughi in fuga dopo la caduta del regime nel 92. Il tempo passa veloce come un treno dell'alta velocità. Anche all'epoca tutto era trasmesso in diretta televisiva. Forse, fu
fù quella la prima volta in cui gli Italiani facevano i conti con il problema dell'immigrazione e già allora il razzismo stava cambiando piano piano direzione. Non più soltanto i meridionali come vittime sacrificali, ma da quel momento anche "il cugino marocchino", i polacchi e soprattutto gli albanesi. Poi scoppiò la guerra nei Balcani e continuarono ad arrivare ancora più numerosi. Sono passati ventidue anni da quell'evento, ed oggi in pochi  ricordano il panico e la paura che scatenò, ma il ritornello era sempre lo stesso . Ci rubano il lavoro che già è poco, ci rapinano nelle case, spacciano la droga e portano le malattie. Queste erano le frasi razziste più gettonate, o almeno quelle che ricordo; perchè un bambino di sei, sette, anni assorbe tutto come una spugna, trattenendo le cose più importanti...Forse proprio a quell'età, inconsapevolmente, iniziavo a comprendere che gli italiani sono uno dei popoli più razzisti, bigotti, ignoranti e cattolici del continente. Oggi qualche italiano emigra in albania. Chi lo fa per studio come conseguenza del numero chiuso in tante facoltà, ma c'è anche chi lo fa soltanto per lavoro.  Per cui l'altra sera davanti alla tv, ho tifato con piacere per quell'Albania povera e sfortunata che dopo averci subito per secoli, nei primi anni novanta ci invadeva in massa con i suoi disperati e la sua fame. Ho quindi sperato con forza che pareggiasse e che a Matteo Salvini succedessero tante cose brutte. Finita la partita ho però perseverato nello stesso errore. Ricambiando di nuovo canale mi trovavo su la7 Giorgia Meloni dei fratelli d'Italia che collezionava applausi senza alcun contraddittorio. Infatti gli unici a sostenere, teoricamente, le tesi contrarie  ai suoi proclami securitari e patriottardi, erano solo due vecchi bacucchi rimbecilliti, che non sapendo nulla sulla questione  s'improvvisavano ad insopportabili preti della peggiore retorica sui buoni sentimenti.
 E' una settimana ormai che televisioni e giornali speculano su questa storia. Si chiamano strategie di "moral panic", funzionali per accrescere la paura a fare aumentare il desiderio di sicurezza, repressione e polizia fra gli elettori. Negli Stati Uniti sono maestri in questo. Durante la campagna elettorale per le elezioni di medio termine, che hanno visto la sconfitta di Obama, i media americani hanno fatto un vero e proprio terrorismo psicologico sulla paura dell'ebola, indirettamente collegata alle incertezza del presidente in politica estera. Anche da noi sotto questo punto di vista non si scherza. Dopo il caso dell'assassinio di Patrizia Reggiani, che provocò indignazione generale,  ronde squadristiche, cacce xenofobe al rumeno, assalti ai campi rom, qualche accoltellamento e qualche pestaggio; Alemanno e tutti i fascisti della città, vinsero le elezioni del 2008 al comune della capitale. Ma adesso che la fase è cambiata, la situazione per molti versi potrebbe anche risutare ancora più pericolosa. Purtroppo, è del tutto evidente come l'egemonia politico culturale del paese sia saldamente ancorata a destra. Facciamocene una ragione....In fin dei conti si è trattato soltanto di una banale amichevole infrasettimanale in cui l'Albania, per giunta,  ha pure perso. Fa sorridere e riflettere, però, che in una partita della nazionale con il dichiarato intento di raccogliere fondi per gli alluvionati di Genova, gli spettatori peganti sugli spalti fossero soltanto albanesi.

Genova stadio Ferraris (Marassi) 18-11-2014... Italia 4-4.2 Albania 4-5-1... Fischio d'inizio ore 20:45... Risultato 1-0, (Okaka trentasettesimo minuto del secondo tempo)... Paganti 26.000 di cui quasi tutti albanesi... Serata gradevole con cielo stellato...Terreno in buone condizioni, nonostante i disastri provocati dalle recenti ed abbondanti piogge... Arbitro Harcham (Austria)... Ammoniti: nessuno. Espulsi:nessuno... Incasso 248.000 euro (interamente devoluti alle popolazioni colpite dalle ultime alluvioni)... Partita tutto sommato divertente, anche se il resto della serata televisiva è stato tutt'altro che piacevole.






lunedì 10 novembre 2014

CHI SONO I BALORDI?


Il leader della lega definisce “ balordi” i militanti dei centri sociali che lo hanno contestato a Bologna.

La contestazione a Salvini ha generato una vampata di polemiche sui social, fornendo il pretesto ai tanti fascisti topi da tastiera per commentare ogni pagina di collettivi, realtà, gruppi musicali e giornalisti che difendono le ragioni della protesta contro il leader leghista. Nella melma di centinaia di messaggi emerge un putrido misto di odio razziale, ignoranza becera, nostalgia del ventennio, minacce ed insulti. Tutti però parlano di tolleranza, non sapendo che dal punto di vista della filosofia politica questo concetto non è mai stato del tutto positivo. Nell'europa tra il 1500 ed il 1700 dilaniata dalle guerre di religione, filosofi e pensatori politici si sono posti il problema della “tolleranza”. Da Hobbes che nel Leviatano teorizzava uno stato in cui il potere temporale e quello religioso erano uniti nelle sole mani del sovrano, che decideva quale religione doveva professare tutto il popolo, in quanto per contratto sociale, e non per volere di dio, era l'unico interprete della parola divina. Risolvendo, così, a monte la questione della “tolleranza” attraverso i presupposti del totalitarismo ma anche del moderno liberismo, perchè quello che il sovrano non regolamentava in economia restava a libera interpretazione del suddito. Fino ai pensatori illuministi come Locke e Voltaire che attraverso i "lumi della ragione" vedevano nella tolleranza  l'unica via possibile, ma non la migliore,  per poter vivere nelle diversità religiose. Ma la tolleranza in quanto tale,  presume sempre una sorta di razzismo implicito. Ti tollero perchè non posso fare altro, altrimenti...Tolleranza, infatti, non significa comprensione delle problematiche e delle diversità in una società complessa, ma l'esatto contrario. Tollerare è sinonimo di sopportare, fare finta di non vedere, girarsi dall'altra parte, subire, rassegnarsi, insomma non proprio il massimo della convivenza e della reciprocità. Un'accettazione negativa e passiva dell'altro che non prevede alcuna alternativa, alcun cambiamento rispetto all'esistente ed ai rapporti di forza in seno alla società solo apparentemente immutabili.   .

In questo momento storico tanto delicato per il paese con un'economia che va a rotoli, continue alluvioni, rabbia sociale, riforme padronali terribili, risse per leggi elettorali e presunte dimissioni del presidente della repubblica, molti programmi televisivi, giornali e forze politiche cercano di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica verso la guerra tra poveri. Quando ebola, quando l'imminente invasione degli immigrati, quando la criminalizzazione delle occupazioni di chi non ha casa e quando i vecchi cavalli di battaglia intramontabili come i rom; fomentando le paure e le fobie dell'anziano italiota abbrutito davanti al tubo catodico. Una tecnica classica per spostare l'elettore-spettatore su tematiche di destra accrescendo il desiderio di ordine e di sicurezza nella società.
 Per quanto mi riguarda, proprio perchè conosco le ragioni di fascisti e leghisti, non le tollero, contestandole alla radice e combattendole sempre. In quanto le ritengo un grande pericolo non solo per la democrazia e la convivenza, ma soprattutto per i più deboli, per i diversi, per i più poveri e per la libertà in generale.  D'altra parte la contestazione, lo scontro, il conflitto non solo sociale ma anche semplicemente politico, appunto l'inimicizia e l'intolleranza, costituiscono gli ingredienti principali di una democrazia che non può esaurirsi nelle sole patetiche elezioni. Un sistema  in cui tutte le parti si tollerano malvolentieri non esiste in natura e se esistesse sarebbe un inferno. Io sono intollerante al latte la mattina, ma sono allo stesso tempo resto intollerante al fascismo, al razzismo ed alle provocazioni politiche fatte sulla pelle dei poveri. Questo è legittimo ed è pienamente democratico. 
Se Renzi va in una fabbrica giustamente in questo periodo si prende le uova, gli insulti e se non ci fossero i poliziotti a proteggerlo anche di peggio. Lo stesso vale per tanti ministri, per gente come Marchionne e pure per Berlusconi è sempre stato così. Qualche anno fa George W. Bush all'epoca presidente degli Stati Uniti d'America, l'uomo più potente della terra, durante una visita in Iraq venne preso a scarpate da un contestatore. Il gesto divenne per un periodo il simbolo mondiale delle proteste contro la guerra. In tutti questi casi nessuno ha mai evocato la parola "tolleranza" per i potenti politici che arroganti pretendono di potersi esprimere sempre ed ovunque . Ma se Matteo Salvini leader della lega ed ormai uno dei capi di tutta la destra, dopo una violenta campagna di razzismo contro gli immigrati prima e gli zingari poi, annunciandolo giorni prima a mezzo stampa, decide per campagna elettorale di recarsi in un campo rom senza scorta, allora le cose cambiano. La contestazione legittima, naturale e fisiologica di coloro i quali, essendo stati oggetto per anni d'insulti, razzismo e minacce leghiste, si oppongono alla presenza di Salvini vedendola  come una palese e chiara provocazione, viene trasformate dai media di regime in una vile aggressione, anche rovesciando la dinamica dei fatti. Una macchina che cerca d'investire dieci contestatori ed un parabrezza rotto..Ecco dove sta il fascismo insito nella pancia di una parte malata del paese. Non ammettere che il proprio capo possa essere contestato venendo cacciato da un luogo oggettivamente a lui ostile.

Proprio democrazia e tolleranza sono paradossalmente le parole più abusate nei commenti fascisti sul web, quasi come fosse dovuta l'agibilità politica universale ad uno che ha fatto dell'odio e del razzismo la propria bandiera. Se si facesse un'inchiesta nell'elettorato leghista e destro ci si renderebbe conto molto bene che la stragrande maggioranza è desiderosa di mettere a tacere tutto il resto del paese a partire dagli "antagonisti" brutti sporchi e cattivi, dai centri sociali additati da ogni parte come gli untori della peste bubbonica sovversiva. Esperienze su cui gli insulti e le denigrazioni da parte del potere si sprecano ma che sono nei fatti gli unici luoghi rimasti liberi dove si pratica davvero la politica dal basso. Altro che figli di papà che si fanno le canne, come sostiene la retorica fascista di chi predica la xenofobia, si prende a cinghiate, venera il proprio capo e picchia la fidanzata. I centri sociali in molte città rappresentano un vero e proprio welfare per gli ultimi della società, per i poveri, per quelli dimenticati e rifiutati dalle istituzioni, migranti o italiani che siano. Interi palazzi vuoti occupati, sottratti alla rendita dei palazzinari e dati a famiglie e singoli senza casa, doposcuola per bambini , socialità, sport, sportelli di supporto per precari e migranti, orti sociali, palestre popolari, biblioteche, teatri, concerti a prezzi  accessibili, arte, sale prove, presentazioni di libri, corsi, cinema, assemblee, dibattiti, cultura, relazioni, amicizie, comunità, ect...ect.....I centri sociali fanno molta più politica di un consigliere regionale a caccia di voti per essere eletto. Di sicuro sono molto più utili alla collettività rispetto a vari politicanti e partiti, certamente molto più della lega e della ridicola cozzaglia di fascisti che si porta appresso...Non si tratta di figli di papà ma di precari, studenti, disoccupati che decidono di mettersi insieme per cercare di migliorare le proprie condizioni di vita e quelle degli altri, producendo e sostenendo lotte e conflitti contro il potere di un mondo fondato sul solo profitto, rifiutando la logica delle istituzioni corrotte e ripudiando ogni forma di fascismo, sessismo e razzismo. Sembra strano ma succede in ogni città d'Italia. I numeri della repressione statale in denunce, arresti e processi che subisce quotidianamente chi sta nelle lotte sociali e nei posti occupati d'antifascista, spiegano più di ogni altra cosa quanto i “centri sociali” siano pericolosi per il potere e rappresentino una forte minaccia al sistema, l'unico argine di resistenza alla crisi ed alla guerra tra poveri che il potere tramite i suoi cani da guardia fascista intende scatenare....Dunque, chi sarebbero i balordi???.