La Calabria è un posto strano pieno di contraddizioni, angeli e demoni. Zeppo di mistici, madonne, maghi e leggende, dove in tanti partono e qualcuno arriva dal sud del mondo. Ma soprattutto è una terra avvolta da un assordante silenzio degli innocenti. Così in questa bella penisola alla punta dello stivale italico accadono cose spesso terribili che nessuno nota, passano inosservate e presto dimenticate. Il Koa Bosco è una squadra di calcio formata da immigrati africani che lavorano nella raccolta delle arance. Vittime di schiavismo e caporalato, si rompono la schiena senza diritti per un euro a cassetta. A differenza di tantissimi atri, hanno la fortuna di poter evadere per un giorno alla settimana da quest'inferno, giocando a calcio nel campionato di terza categoria. Molti di quelli che si definiscono ultras, non hanno mai visto il livello brutale di violenza che si può raggiungere in queste partite. Minacce mafiose, risse furibonde di campanile fra paesi, razzismo e sessismo alla massima potenza. Ma ai giovani calciatori Koa Bosco tutto questo non interessa, a loro importa soltanto la gioia d'inseguire quel pallone per un campo di terra battuta, dopo giorni trascorsi chinati in terra sui mandarini e dormendo nella tendopoli di Rosarno.
Qualche giorno hanno disputato una partita a Paravati contro la squadra locale. Quest'anonimo incontro di terza categoria dilettanti, si è però trasformato in un incubo. I continui insulti razzisti, le risse e le provocazioni ad un certo punto si sono tramutate in un vero e proprio linciaggio contro i "niguri" rei di non essere morti durante il viaggio fatto in mare fatto per sfuggire da guerre e miseria prima di raggiungere un'europa in cui provare a vivere. “Negri di merda, tornate in africa” gli urlavano mentre cercavano di pestarli. Per gli indigeni locali tutti quei "niguri" che correvano in pantaloncini e calzettoni dovevano essere la prova che l'invasione dei barbari in corso era arrivata persino a Paravati. Qualcosa d'intollerabile, uno scandalo vero e proprio. Dunque è stata quasi naturale la reazione contro l'aggressione dell'isis, di quelli che ci rubano il lavoro da schiavi nelle campagne, degli untori d'ebola e tante altre malattie, di coloro i quali stuprano le nostre donne ed ora pretendono pure di giocare a calcio contro i nostri bravi ragazzi bianchi e cristiani. Inammissibile. Per cui la difesa del proprio schifoso paesino, della piccola e patetica patria, da questi “niguri” brutti, sporchi e cattivi è diventata inevitabile. Questo devono aver pensato i tifosi della squadra di casa mentre davano la caccia ai giocatori del Koa Bosco.
Storie d'ordinaria ignoranza e di razzismo viscerale alimentato dalla destra fascioleghista che cerca consensi sulla paura e sul terrore della xenofobia. Succede in Calabria, ma pure nel lombardo veneto, non è una questione geografica. Anzi sì. Lo è quando a tutto questo segue il silenzio assordante delle istituzioni locali e di un'opinione pubblica inesistente. Nussun politico e nessuno prete ha proferito una sola parola dopo i fatti di quello che è stato un vero e proprio pogrom su un campo di calcio. Nessuna persona “importante”, nessun deputato o senatore calabrese, assessore, sindaci, consiglieri e governatore di regione, ha espresso solidarietà al Koa Bosco condannando pubblicamente il razzismo dei tifosi del Paravati. A parte qualche giornalista, qualche sincero antirazzista e qualche associazione impegnata sulla questione, nessun' altro si è interessato alla triste vicenda. Forse perchè i migranti non hanno cittadinanza e non possono votare, oppure semplicemente per la mancanza d'interesse rispetto a quello che avviene nel basso della società, nella profonda provincia della periferia della periferia. Magari perchè non c'erano soldi e rendite di potere da spartire, oppure per la lampante verità di una famelica casta mafiosa al governo della Calabria. Una banda criminale e trasversale che è sempre la stessa ed è soltanto intenzionata a rapinare il denaro pubblico ed a distribuire prebende da elemosinare attraverso le clientele ad una popolazione abbrutita, sottomessa, affamata ed in gran parte a sua volta già emigrata lontano. Al Koa Bosco è stata data la partita persa a tavolino, ma loro vogliono vincere il campionato ed intendono fare ricorso per chiedere la ripetizione dell'incontro. Anche se ora stanno meditando seriamente al ritiro, perchè troppi sono i rischi che deve correre una squadra di calcio con un colore della pelle diverso da queste parti.
Resta il fatto che in Calabria è sempre il solito assordante degli innocenti a regnare....

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